Quando entro, è tutto pieno come un uovo. Sportelli intasati. Brusio costante e strilli da mercato. Prendo un numero e comincio ad aspettare il mio turno: ci sono 75 persone prima di me. Fa un gran caldo e ho la sensazione che la faccia mi si scioglierà da un momento all’altro. Naturalmente non succede, ma le gocce di sudore che mi colano dalla fronte e l’alone scuro che avvolge la camicia sotto le ascelle bastano a mettermi in imbarazzo. Comincio a fare quella cosa che fanno tutti quando sudano in pubblico: cerco di capire se puzzo. Improvviso gesti scomposti e rapidi delle braccia, infilando il naso sotto le ascelle con una non-chalance che lascia davvero a desiderare: si vede benissimo qual è il mio intento. La verifica comunque è positiva: ascella commossa, ma deodorante non ancora sconfitto. 60 persone. Prendo il libro che ho portato con me e leggo un po’: l’ennesimo mandriano pazzo che cavalca senza meta e fa lo scalpo agli Apache mi nausea dopo tre pagine. E’ ora di piantarla con Cormac McCarthy. Chiudo il libro e mi guardo intorno, aspettando che scoppi la prima lite. Non passano più di cinque minuti. L’uomo è un cinese; l’impiegata, una brutta donna con l’accento di giù e l’aria svogliata: è talmente ovvia nel suo ruolo, che sembra finta. Il cinese non capisce un cazzo e lei non fa un cazzo per farsi capire. Io invece non capisco cosa si dicano, né quale sia il problema: a pelle darei ragione a lui e torto a lei, ma soffro di razzismo nei confronti degli italiani, perciò non vale. Alla fine il cinese se ne va sibilando vocali come un grosso calabrone. 45 persone. Se solo avessi un i-pod, se solo mi decidessi ad imparare come funziona. Che poi, falla finita! Il motivo non è certo che non sai come funziona! Voglio dire: non lo sai, ma impareresti in mezza giornata! E’ che sei troppo snob, troppo prevedibilmente snob, per avere un i-pod, per comprare una cosa che hanno tutti e invece tu no e allora sei figo. Ma se imparassi a prenderti meno sul serio, se imparassi a dipendere meno dal giudizio altrui, se solo capissi che agli altri di te non frega molto più di niente e che non passano le loro giornate ad osservarti, a chiedersi chi sei e perché non hai un i-pod, se… se… se… ora avresti la tua musica nel tuo i-pod e magari staresti qui seduto a leggere Il Codice da Vinci trovandolo spassoso e occupandoti meno di quanto ti fa schifo tutta la gente. E invece no. 30 persone. Niente musica. Lo zio Elio era un musicista: pianista d’orchestra alla Scala. Non era mica tutto giusto, lo zio Elio. Da bambino, mentre suo fratello Bruno prendeva ripetizioni di matematica, lui si infilava sotto al tavolo e diceva “culo. culo. culo.” E basta. E poi c’aveva quel tic alla mano destra, che non stava mai ferma, come se suonasse sempre il piano: a tavola, davanti alla tv, sulla tazza del cesso, sempre, come se fosse su una tastiera. L’unico momento in cui la controllava era quando il piano lo suonava sul serio. 10 persone. Cinque. Una. Anche tu eri pieno di tic da bambino, e avevi l’aria nevrotica, e strizzavi gli occhi, e spalancavi la bocca, e arricciavi il naso, e contorcevi il collo da farti male. Poi ti sei dato una calmata, hai imparato a controllarti. Lo zio Elio no. Infatti lui ha fatto il pianista, tu l’avvocato. Tocca a me. Mi avvicino allo sportello e ho completamente dimenticato perché mi trovo lì. Nebbia. Buio totale. Niente. Un’ora di attesa e adesso niente. Tanto vale chiedere qualcosa, visto che ci sei:
<<Buongiorno: che lei sappia Dio esiste?>>
<<Questo è lo sportello per il rilascio dei certificati di residenza. Deve rivolgersi allo sportello competente>>
<<che sarebbe?>>
<<Lo sportello informazioni>>
Dallo sportello informazioni mi spediscono al terzo piano, ufficio anagrafe.
<<Buongiorno, volevo sapere se Dio esiste, o se è mai esistito>>
<<Il collega addetto è in pausa caffè. Riprovi tra una decina di minuti. Intanto se vuole può compilare il modulo per la richiesta>>
Comincio ad aspettare, scarabocchiando il modulo. Poi mi stufo, saluto e me ne vado.
<<E la sua richiesta?!>> -mi grida qualcuno mentre mi allontano.
<<Lasci perdere, grazie>>.
La risposta la conosco già.
Ho formattato.
Via tutto. Tutto pulito. Tutto reattivo, ordinato, veloce, ragionevole, utile, collaborativo, intelligente, pratico, moderno. Tutto come nuovo.
Peccato che il Papa non sia un PC...
Sono nudo in mezzo alla strada e ho il pisello blu. All’improvviso passa una Uno Turbo con tre filippini dentro che urlano “pinito! Tu pinito, signore con pisello blu!”. Prima che possa rispondere, la Uno Turbo decolla (letteralmente) e sparisce. Un istante dopo mi cadono tre dita della mano. Entro dal panettiere e chiedo un bel mazzo di begonie. Quello che mi sorprende non è la mia richiesta o il fatto che il panettiere non faccia una piega di fronte ad essa o al mio pisello blu, ma il fatto che mi porge il mazzo e dice “Pinito”. Poi sono a casa mia, anche se non è casa mia e bevo del caffé davvero molto cattivo.
Poi il gatto mi sveglia. Sono le 6.03. “Devo chiederti una cosa” – dice. “Gesù, che sogno che ho fatto… Cosa c’è?”
Dalla finestra arriva un rumore strano. Scendo dal letto e mi vesto velocemente, poi esco. Non c’è niente di strano fuori. Il condominio intero è ancora avvolto in un sonno profondo. Dai sacchi della spazzatura arriva un odore forte di carogna. In verità, io non lo so che odore fa una carogna, ma se dovessi attribuirgliene uno direi che è quello che sento venire ora dalla spazzatura. Mi avvicino ai sacchi, ma di carogne non ce n’è nemmeno l’ombra. Il tanfo è vomitevole, sconcertante. Rientro in casa, sono rincoglionito dal sonno, forse sto addirittura ancora dormendo, non lo so; so che prendo una bottiglia di candeggina, ritorno ai sacchi e li disinfetto buttandocela sopra. Così, senza stare a pensare troppo a quello che faccio.
Di nuovo in casa. “Devo chiederti una cosa” – ripete il gatto.
Comincio a preparare il caffé. La tv è accesa, dato incontrovertibile. Ciò che non mi spiego è invece chi l’abbia accesa. Io? Il gatto? L’ho dimenticata accesa ieri sera? Mentre cerco una risposta il caffé gorgoglia, il che significa che sono rimasto a fissare la tv, chiedendomi perché fosse accesa, per almeno 5 minuti. Delibero saggiamente di spegnerla: ora sullo schermo ci sono solo io, un pietoso riflesso di sonno.
Il caffé è decisamente più buono di quello del sogno e mi pare che il mio pisello abbia sana colorazione e robusta costituzione. Le dita della mano, anche quelle, ci son tutte.
Il gatto è sparito, ma dal bagno arriva un odore fortissimo di ammoniaca. Guardo la bottiglia di candeggina davanti a me. Rifletto a lungo, sentendomi addosso quella fissità nello sguardo tipica dell’ottuso. L’odore che viene dal bagno non è di candeggina. Del resto, perché dovrebbe arrivare odore di candeggina dal bagno? Non ho usato candeggina nel bagno. L’ho usata fuori, per la spazzatura, ora ricordo. Ma nel bagno non ho usato nemmeno ammoniaca. E perché mai avrei dovuto usare ammoniaca nel bagno alle 6 del mattino? C’era forse spazzatura in bagno? No, non mi pare. E se anche ci fosse stata, che bisogno c’era dell’ammoniaca: meglio la candeggina. Forse. Però l’odore che sento è di ammoniaca, cazzo.
Poi il gatto compare con aria distrattamente colpevole. Mi dà un’occhiata e se ne va. Ripercorro i suoi passi umidi: ha fatto… no, non è che ha fatto, ha proprio spruzzato pipì per tutto il cesso. Sembra che abbia cercato di scrivere qualcosa sui muri col piscio come fanno certe volte i ragazzini per strada. Mentre pulisco con l’alcool, mi chiedo se non fosse un modo per attirare la mia attenzione, per chiedermi quella cosa che deve chiedermi da stamattina. Intanto tra alcool, candeggina e ammoniaca è come se fossi in acido pesante, roba tipo scioglimento delle pareti e animali parlanti. “Mi ascolti?! Devo chiederti una cosa!” E’ di nuovo il gatto, ma il fatto che lui parli non dipende dal mio stato, lo so.
E’ di nuovo un odore a distrarmi. Questa volta, però, non ha niente di chimico, nulla di allucinogeno. E’ solo un rassicurante odore di bruciato. Probabilmente reso agile dall’effetto LSD, il mio pensiero corre subito alla caffettiera, che ho astutamente riappoggiato sul fornello, lasciandolo, sempre più astutamente, acceso. Ha assunto un colore prossimo all’arancione, il manico si è sciolto e ho la sensazione che lei stessa sia ad un passo dal punto di fusione. Spengo il fuoco, lasciando che la caffettiera si raffreddi da sé.
E’ la prima cosa giusta che faccio dal risveglio; la seconda è farmi una doccia più fredda del necessario; la terza, ascoltare il gatto.
Inetto: dimmi
Gatto: niente… è che mi chiedevo: ma tu hai la minima idea di chi sia 'sto Angelino Alfano?!
19 foto riuscite su 24 (di cui almeno 5 più che discrete) con la Leica M3 a telemetro del 1957 ereditata da tua nonna, significa che i 300 euro per il corso di fotografia non sono stati del tutto buttati nel cesso.