Camminava da giorni nella sabbia e nel vento e nella solitudine torrida e asciutta. Lungo la strada, le piccole baracche di adobe abbandonate erano l’ultima traccia di un’ormai remota presenza umana. Chiazze verdastre di malerba infestavano qua e là l’immensa distesa di polvere e pietre color metallo. Sferzato dal sole, procedeva verso luoghi ove nemmeno gli avvoltoi avrebbero osato fermarsi.
Camminava. Respirava. Polvere. Vento. Nulla. Finché non arrivò. Davanti a lui si compiva -ancestrale ed ennesimo- il rito della morte del buio, del vagito d’una nuova luce. Davanti a lui, in un luogo fuori dalla portata del giudizio degli uomini, ogni convenzione era precaria, inutile ogni convinzione. Lì, e nell’istante preciso in cui l’orizzonte decise di abortire la notte, capì che era giunto il momento: estrasse la pistola dalla fondina, abbassò il cane, ascoltò con attenzione il rumore sicuro della carica, si appoggiò la canna fredda alla tempia e fece fuoco…
Mentre avevo finalmente iniziato a scrivere il romanzo che mi regalerà alla storia, dopo 10 anni di attesa, sono stato decisamente disturbato da un fulmine stellare proveniente da Vega. O almeno così credevo. In effetti, quando mi sono voltato ho visto solo il gatto che scivolava inesorabile da una tettoia in plexiglas a 3 metri d’altezza e si schiantava in un cespuglio di rovi. Comunque ho appurato più tardi che il rumore di una saetta vegana è del tutto simile a quello delle unghie di gatto che scivolano sul plexiglas.
Il gatto se l’è cavata, anche se non ho capito perché ha fatto finta di niente:
Inetto: tutto okay?
Gatto: non vedo perché non dovrebbe essere okay, come dici tu
Inetto: beh sai… la caduta…
Gatto: era un salto
(Io ho una teoria: quando cammini per strada e inciampi e caracolli e ti schianti per terra di brutto, non devi fingere che sia tutto a posto. Anzi: devi fingere che ti sei fatto male, un male da morire, anche se non ti sei fatto niente. Io faccio così. In questo modo la gente non ha tempo di occuparsi di quanto sei stato goffo e ridicolo e buffo, perché deve preoccuparsi di darti una mano mentre ti rotoli per terra tra i rantoli.)
Purtroppo mentre facevo questi pensieri, l’ispirazione m’è scappata e, con lei, la possibilità di regalarmi alla storia, regalando a voi un capolavoro.
Il tizio arrivato da Vega non l’ho visto subito. All’inizio pensavo che fosse il gatto che scivolava di nuovo sul plexiglas, e invece no. Da Vega è un viaggio piuttosto lungo e quindi la prima cosa che mi ha detto è che aveva fame. Gli ho preparato degli agnolotti al sugo di cinghiale e mentre mangiava mi ha detto che se volevo poteva raccontarmi tutti i segreti dell’universo, così potevo scriverci un romanzo fingendo che era tutta farina del mio sacco, anzi, della mia fantasia, perché nessuno avrebbe mai creduto che erano cose vere.
Io ci ho pensato un po’ su e poi ho detto no, che così non valeva. E allora lui mi ha detto che non importava, tanto era già in contatto con l’editore di tale Ken Follet, o qualcosa del genere, e che lo avrebbero pagato bene per raccontare la sua storia. Ha finito gli agnolotti, ha fatto scarpetta e se n’è andato via in un modo davvero strano per uno di Vega: con la mia Panda.
Quando ho ripreso a scrivere, del romanzo non c’era traccia, ed è uscito fuori questo post:
Inetto: sai, io credo di aver fatto la scelta giusta col tizio di Vega
Gatto: sei un cretino
... e facciamo il nostro più sincero in bocca al lupo al nuovo ministro del welfare...

23: i minuti che il mio PC ha impiegato stamattina per avviarsi.
5: i minuti necessari, dopo l'avvio, per accedere a Internet.
4,5: i megabite di posta arretrata che, per ragioni a me ignote, si era rifiutato di scaricare negli ultimi 3 giorni.