Il Milan ha finalmente reso nota l’identità del fantomatico Mister X, obiettivo primario della stagione.
Si tratta di Arnold che, abbandonata la fortunata serie TV, si era da tempo trasferito in Brasile.

“La nostra campagna acquisti può così ritenersi chiusa”, ha dichiarato l’Amministratore delegato della società rossonera dopo la firma dell’accordo.
Arnold, già a Milanello per allenarsi col resto della squadra e apparso un po' sovrappeso, ha detto ai nostri microfoni: “soy muito felisce, ma no olvido el Signor Drummond e Willis: sensa de loro no estarei aquì hoy”.
Se son rose...
Svegliarsi è già di per sé difficile. Va bene.
Ma farlo, e scoprire che accanto a te c’è un singolare ibrido tra il mago Oronzo e Frankestein Junior, rende tutto ancor più complicato. E comporta un’involontaria, quanto suggestiva, inversione di ruoli.
Suona la sveglia. Inetto apre gli occhi e scende dal letto.
Inetto: “dai alzati, sono le otto.”
Da sotto le coperte il sagomone di Ibrido produce un movimento quasi impercettibile.
Inetto entra in doccia. 4 minuti. Inetto esce dalla doccia. Ibrido è ancora immobile.
Inetto (stile dr. Frankenstein): “viviiii!”
Questa volta all’impercettibile movimento si sostituisce un strano grugnito gutturale che sembra provenire dal fondo di un pozzo: “unghr…rivo”.
Inetto ora è davanti allo specchio e si applica con diligenza femminea una noce di Nivea-viso. Comincia l’inversione dei ruoli (sentite, ho preso un po’ di sole domenica e voglio che quel colorito, che ha preso il posto del precedente verde marcio, duri un po’ più di mezza giornata, d’accordo?!).
Mentre prosegue l’operazione spalmatura, il sagomone di Ibrido prende finalmente vita e scende dal letto. Deambula pesante, che sembra riempito di piombo. Canotta bianca e mutanda di contenimento stile anciulabol, gonfia come un pallone aerostatico, si gratta il culo e si dirige per inerzia verso il divano.
Inetto: “ieri sera c’era un’altra persona accanto a me! Cosa ne hai fatto?! Sputala, essere immondo!”
Ibrido emette un nuovo suono, che parrebbe una risata. Poi si accascia sul divano. Vive, dunque, ma non ha ancora coscienza di sé.
Inetto: “metti su il caffé, per favore?”
Ibrido: “…”
Inetto esce dal bagno e mette su il caffé. Mentre armeggia tra ante e frigo, un suono biascicato (forse una voce) giunge improvvisa dal fondo del pozzo in cui il divano è sprofondato trascinando con sé Ibrido: “…imentica…o pren…ere latte”
Inetto si domanda se questa frase non dovrebbe far parte del suo repertorio, nell’immaginario stereotipo della coppia standard. Inetto conclude che l’inversione dei ruoli è ormai inarrestabile. Perciò decide di calarsi completamente nella parte.
Inetto (petulante): “non mi sorprende sai? Nell’ultimo mese hai dimenticato di tutto. Ieri sera ho svuotato io la lavastoviglie che io avevo caric…” Inetto viene interrotto da Ibrido ancora biascicante, ma quasi fuori dalla fase rem: “ti ren..i con..o di quello che disci?”
Inetto: “…ehm.. scusa: mi son fatto prendere troppo dal personaggio.” Di nuovo quello strano suono, che parrebbe una risata.
Ibrido e Inetto consumano la colazione.
Ibrido: “grasie …’more”
Inetto: “…”
Poi Ibrido si alza e va verso la lavastoviglie con un piatto in mano. Sono i primi passi e l’andatura è quella di un mendicante affamato. Ma lo sguardo è fermo, decisamente di sfida. Si gratta la schiena, apre la lavastoviglie e ci infila dentro il piatto. Poi si volta. Tace, ma gli occhi dicono “hai visto? Tié!”
Inetto: “è meglio se il piatto lo metti verticale, però grazie.”
Ibrido (improvvisamente in sé): “senti, è inutile che mi guardi con quel sorrisetto ironico… e smettila di ridere… io non sono distratta, non sono così, è che la mattina…insomma lo sai com’è!”
La frase ha senso compiuto! Inetto è felice. Poi suona il telefono.
Telefonante: “…”
Inetto: “buongiorno signora”
Telefonante: “…”
Inetto: “va bene, grazie, glielo dico subito. Buongiorno”.
Telefonante: “…”
Clic.
Inetto: “era tua madre. Dice che ha trovato il tuo cellulare nella sua borsa”
Ibrido: “…”
Non c'è niente di peggio che cercare un'idea che non trovi. Anzi, qualcosa di peggio c'è: avere un'idea e non trovare il tempo per scriverla. Ma oggi non è il mio caso.
Se almeno fossi Bukowski o Burroughs o Hemingway potrei scrivere decine di pagine sul blocco dello scrittore. Se fossi Kafka, invece, riuscirei a buttar giù un racconto sulla persona che tutte le sere, di tutti i giorni, sempre alla stessa ora, passa davanti alla mia finestra trascinando un trolley. Il gioco è non affacciarsi mai a vedere chi è, com'è. Il gioco è "conoscerla" solo per il rumore che fanno le ruote della valigia trascinate sul ciottolato del cortile. Tre anni che passa, mai vista in faccia.
Se fossi Rodari, infine, inventerei una filastrocca agrodolce, chessò, sul postino, o sul fatto che a casa mia manca il portone. Non è un vezzo del condominio: semplicemente, due anni or sono, il portone ha deciso che non ne aveva più, come si suol dire, e si accasciato neanche fosse un sacco di iuta vuoto. Ridono tutti quando racconto questa storia. Tutti, tranne il proprietario dell'auto su cui il portone si è accomodato.
Se fossi... se fossi... già, ma sono solo un inetto senza un'idea: tirate voi le conclusioni.
E siccome stavolta non vi ho dato spunti e la cosa non va bene affatto, per rimediare facciamo così: se passate di qua, se passando di qua ne avete voglia, oggi scriveteci quello che vi pare.
Sono uscito di casa 5 minuti dopo di te e ho visto che hai dimenticato il cellulare.
La cosa buffa è che, per recuperarlo, prima ti toccherà di recuperare le chiavi di casa che hai dimenticato da tua sorella ieri sera.
La cosa buffa è che non potrai chiamare tua sorella, perchè sei senza cellulare.
Ho chiesto a mia madre di lasciarti le sue, così riprendi anche il telefono, così chiami tua sorella, così chiami me, così chiami chi ti pare.
Ho anche prelevato per pagare quella cosa là, ché a te era passato di mente...
A pensarci bene, la differenza tra noi due è semplice. Io sono un vecchio carro attrezzi affidabile, con 100.000 Km sul groppone, che fa 30 Km con un litro e non ti molla mai per strada. Tu sei una splendida auto sportiva decapottabile, rosso fuoco, cambio sequenziale, motore brillante, cromature, cerchi in lega, stereo con otto casse, computer di bordo, da 0 a 100 in 4 secondi netti... E niente benzina.
Perciò avrai sempre bisogno di un vecchio carro attrezzi, che del resto non servirebbe a niente se non avesse una straordinaria decapottabile rossa da rimorchiare.
L’unica traduzione on-line che sono riuscito a trovare è “tavolo”, da google – strumenti per le lingue. Dubito però che sia corretta. Secondo gli altri siti, invece, il vocabolo è inesistente. Insomma, pare che al mondo non ci risulti. Probabilmente si tratta solo di un neologismo informatico intraducibile, entrato così com’è nella nostra lingua. Perciò facciamo che gli do io una traduzione molto, ma molto letterale e personale: il sovra-scrivania. Che mi pare renda anche un po' l’idea.
Desktop: ovvero l’immagine sui nostri tavoli che racconta qualcosa di noi. Oppure no.
Ci sono persone che, per scelta, non hanno alcun rapporto con il loro desktop, perché lo trovano stupido, inutile o più semplicemente perché non gliene importa un tubo.
Ce ne sono altre, come mio padre, che per anni sono rimaste inchiodate solo per ignoranza all’immagine standard impostata da windows. Ma che da quando, come mio padre, hanno scoperto che sul desktop ci puoi mettere quello che ti pare, hanno sviluppato con lui uno strano rapporto ossessivo-compulsivo e cercano di recuperare gli anni perduti cambiandolo ogni tre giorni.
Altre ancora cui piace avere la foto di una persona amata che li fissa tutto il giorno e li fa sentire a casa.
E poi, quelli che c’hanno una bella manza (o un bel manzo) in posa erotica, quelli narcisi che ci piazzano se stessi, quelli che i loro eroi, quelli che un paesaggio da mille e una notte, quelli che la loro barca, la loro auto, il loro gatto… e chissà quanti ne ho dimenticati.
Personalmente, il mio desktop svolge, alternativamente, una doppia funzione. Più esattamente: la scelta del mio desktop varia a seconda di quello dei due scopi che intendo raggiungere in quel momento della vita. Ci sono periodi in cui lo uso per rendermi più familiare il computer. Sapete, è una macchina che temo molto e se non fosse indispensabile ne farei volentieri a meno: perciò, quando la accendo, ho bisogno che mi trasmetta sicurezza, tranquillità, familiarità, appunto. Almeno finché non arriverà il giorno in cui le profezie di Asimov si avvereranno: ché allora non ci sarà desktop che tenga e saremo tutti nelle mani delle macchine a farci ordinare quale espressione assumere per compiacerle o rassicurarle.
In altri periodi, invece, mi serve per raccontare il mio stato d’animo: sentite, come sto lo so benissimo da me e non ci sarebbe bisogno di ricordarmelo in ogni momento della giornata con un promemoria iconico. Ma lavoro in un posto dove ci sono altre persone e questo diventa il mio modo (meglio: un modo in più) per comunicare con loro.
Tipo: per diversi mesi ha campeggiato sul mio schermo una splendida foto di Sebastiao Salgado, che però a guardarla veniva obiettivamente da toccarsi i coglioni tutte le volte. Il messaggio non era certo “toccatevi i coglioni quando mi vedete”. No, volevo solo dire: “sono triste”. E triste lo ero sul serio…, anche perché tutti, vedendomi, si toccavano i coglioni…
Un cielo che sembra l'oceano capovolto, nuvole bianche, dense e vicine come nel nord Europa, 25 gradi, vento: Milano è ancora più bella in questi giorni. Soprattutto perchè dimentica di assomigliarsi troppo.
Quest'anno avrò speso 50 euri in accendini. E non li colleziono.
Siete tutte bellissime in questo periodo. Solo che tra cosce scosciate, pere a ribaltone e tanga a spaghetto ad ogni angolo di strada, rischio un tamponamento tutte le mattine.
Ieri sera sono stato alla mia prima riunione di condominio.
L'Amministratore: "serve un presidente, chi si offre?"
IlMioVicinoBastardo (indicando me): "lui ha la cravatta, mi sembra la persona giusta!"
Io eletto. Io 4 ore a verbalizzare accanto all'Amministratore. Amministratore con alito impetuoso. Pro-memoria: togliersi la cravatta dopo il lavoro.
Adriano (Inter) intervistato in ritiro ha l'aria sorridente: "dopo l'anno che ho passato, ora sto bene. Mi ci voleva proprio una vacanza". Adriano guadagna 5 milioni di euro l'anno, fa il calciatore, ha un figlio sano, è giovane e non ha avuto recenti lutti in famiglia. Domanda: Adriano, quando dici <<dopo l'anno che ho passato>>, cosa intendi esattamente? No, non rispondere. Facciamo così, giochiamo alle figurine: per un anno io ti do la vita di un operaio con 2 figli e un mutuo e tu gli dai la tua. Poi ti riformulo la domanda, ok?
La adoro, perché ha capito tutto di me. Tanto che quando la guardo non capisco più dove finisco io e comincia lei.
A quelli che dicono che odiano la falsità, la cattiveria, e l'ipocrisia mi verrebbe voglia di chiedere se sono anche contrari al cancro. Secondo me, pur dopo qualche tentennamento, finirebbero per rispondere.
Una volta un mio amico, giocando a risiko, si è infilato 4 armate nella manica e le ha fatte cadere sul tabellone, sperando che gli altri non se ne accorgessero. Fallito il tentativo, so che ha fatto i provini per entrare nel cast del sequel de "I soliti ignoti".
Una volta avevo una ragazza con così tanta cellulite, che la prima volta che si è spogliata, colto di sorpresa, sono riuscito a dire solo "ostia!". Mollato giustamente in un istante.
Chi, passando di qui, desidera lascire un suo pensiero sparso è graditissimo ospite.
Bene, sono contento del risultato del post precedente. Contento cioè delle reazioni (tutte molto garbate) che ha generato. Non me ne vogliate, ma il mio voleva essere un esperimento. Certo, i commenti non sono stati molti, ma questo dipende dalla scarsa diffusione del blog. I pochi che hanno letto, però, hanno tutti reagito, ognuno a modo proprio, e tutti criticamente: e questo fa dell'esperimento un, seppur parziale, successo. Sono sicuro che chiunque avesse letto il post avrebbe lasciato qualcosa di suo fra i commenti e che quel qualcosa sarebbe stato quasi sempre una critica.
La storia del "ricchione" è inventata. Mi sono limitato a scrivere una cosa che accade tutti i giorni, milioni di volte. Ho voluto dimostrare in questo modo che spesso esiste un problema semantico nel nostro modo di comunicare. Spesso, cioè, capita di scegliere, vuoi per ira, vuoi per fastidio, vuoi per semplice istinto o scelta semantica infelice, parole e frasi che non corrispondono al, e non riflettono il, nostro pensiero. E che questo genera, in chi ci ascolta, critiche e valutazioni sì giustificate, ma anche talvolta ingiuste, soprattutto quando non si conosce la persona che si è portati a giudicare. I commenti che ho ricevuto sono stati, come ho detto, tutti garbati, ma questo dipende dal fatto che chi si è espresso mi conosce e sa come la penso sul tema. Ciò che ha fatto dell'esperimento un successo solo parziale: sarebbe stato bello ricevere le opinioni e le critiche di chi non sa chi sono. E sono quasi sicuro che sarei stato in alcuni casi addirittura insultato.
Insomma si trattava solo di un modo per invitarci tutti, me per primo, a riflettere un po' di più non solo prima di parlare, ma anche prima di rispondere.