"quanto tempo...come stai Lory??? Che mi racconti di bello? job, amour? tutto bene??? Io abbast.. anche se qui in studio... c'è qualcosuzza che nn va... vabbè, vedremo. Un bacione grande e a presto!"
Ecco, quando uno riceve una mail così, cosa dovrebbe rispondere?
1) ma vai a cagare; o
2) ma vai a cagare, scema; o
3) scema, ma vai a cagare; o
4) st abbast bn grz, ma tu vai a cgr, scm.
E poi tutti quei punti di domanda, onestamente, mi inquietano. Come dire: "stai bene? Ma sei proprio sicuro di stare bene? Ma sicuro sicuro?"
Ma vai a cagare.
E’ perfettamente inutile che me lo diciate, tanto lo so già: la colpa è mia che mi ostino a mangiare da solo.
François-René de Chateaubriand diceva che la moda è l'opinione del mondo.

Se ne stava lì, asciutto e muto, gli occhi di chi aspetta qualcuno, ma in fondo sa che da aspettarsi non è rimasto niente. Se ne stava lì, vecchio e solo, i gomiti appoggiati sul tavolo e le mani a sfiorarsi i polpastrelli l'un l'altra. Se ne stava lì, in quel ristorante cinese, solito tavolo, solito piatto di gamberi in agrodolce, solito posto vuoto di fronte a sè. E lì, come ogni domenica sera, in quel posto vuoto da tante domeniche sere, un piatto di spaghetti di soia con pollo. Un piatto pieno, caldo, pronto. Un piatto che non è per lui e non è per me; non per qualcuno di voi, nè per qualcuno che lo aspetta a casa; non è per qualcuno in ritardo, e neppure per qualcuno che verrà. No: è solo un piatto per Lei. Il suo piatto, quello che le piaceva di più, lo stesso che ordinava sempre. Ma resterà lì, quel piatto, a raffreddarsi in silenzio, finchè lui non si alzerà per tornarsene a casa e un cameriere attento non lo farà sparire velocemente. Già, resterà lì, perchè Lei non verrà, non si siederà di fronte a lui, non mangerà, non gli sfiorerà i polpastrelli delle mani, non riderà, non si lamenterà del mal di schiena, non si lascerà riaccompagnare a casa tenendolo sotto braccio. Non farà nemmeno una di queste cose. Nemmeno questa domenica. Perché Lei, dopo centomila domeniche sere, dopo centomila piatti di spaghetti di soia con pollo, dopo centomila risate, mal di schiena, polpastrelli, passeggiate verso casa, è andata via. La cosa peggiore non è morire, ma sopravvivere a chi hai amato per centomila polpastrelli. Sono due anni che Lei manca, più di seicento giorni che gli manca, più di cento domeniche sere che lui non manca in quel ristorante, solito tavolo, solito piatto, solita solitudine.
Quando il cameriere ha finito di raccontarmi questa storia e mi ha dato i miei involtini primavera da portare via, non avevo più fame. Uscendo non sono riuscito a non sorridere a quel vecchio. Non se n'è neppure accorto: era troppo attento che Lei mangiasse tutto.
Sto postando. Posto perché ho un blog. Aldilà del mio personale duello col circo del web, la prima cosa che mi sono chiesto quando ho iniziato è: perché un blog? Credo che la ragione sia la paura consapevole di essere inevitabilmente tutti uguali; la stessa che ci spinge a cercare di essere diversi da tutti e a finire per essere poi, di fatto, tutti diversamente identici. E' la prima cosa che mi sono chiesto. La prima cosa. Le prime cose. Le prime volte. La prima volta che ho fatto sesso, lei era indiscutibilmente un cesso; la prima volta che mi sono innamorato, è stato di una "stronza col botto"; la prima volta che ho fatto l'esame per la patente, ho preso un contromano a 40 Km/h (la seconda, ho tamponato una macchina parcheggiata facendo inversione a U); la prima volta che ho fumato uno spinello, ho rischiato il collasso (e dentro c'era solo rosmarino: gli amici sanno essere davvero bastardi a volte, e l'effetto placebo ancor più)... Insomma: il dilettantismo non paga. Ciò che paga è la professionalità. Mio padre è un gran bravo professionista sul lavoro, ma quanto ai fatti della vita è un tipo un po' distratto. Io vivo da più di 6 mesi con una persona. Mio padre: "Ciao, volevo invitare te e Gaetana a cena domani sera..." Io: "è un pensiero gentile papà, grazie. Purtroppo domani Giulia non può: sai, è a Trieste", Mio padre: "A Trieste...uhmm...capisco... -pausa- Ma vive là?" Mio padre. Mia madre. Mia madre, invece, è molto più attenta -forse perchè non lavora- ma ha una malattia scomoda davvero: non si ricorda i titoli dei film che vede. Mai. E, cosa peggiore, fa finta di nulla e li cita con assoluta nonscialans: "Ieri ho visto il film che mi avevi detto... <<L'infinito di amare>>", Io: "Intendi dire <<Voce del verbo amore>>, vero?", Mia madre: "Quello! Gran bella colonna sonora!" Colonne sonore. Ciddì. Qualcuno vorrebbe gentilmente spiegare a chi confeziona i ciddì che la plastica che li avvolge è destinata ad essere distrutta, non ha nessun valore estrinseco o intrinseco, non sarà in alcun modo riutilizzata e quindi è del tutto inutile cercare di renderla un tutt'uno con il ciddì medesimo e costringermi(ci) ad usare un bisturi e 10 preziosi minuti della mia(nostra) vita per rimuoverla?! Confezioni. Perché lo Zampirone è confezionato a coppie di spirali e tutte le volte che cerco di separare una spirale dall'altra le rompo entrambe? Zampirone. Zanzare. Ieri sera in casa mia c'era una zanzara così insistente, che ho temuto avrebbe cercato di vendermi un'enciclopedia prima di pungermi. Punture. Graffi. Gatti. Il mio gatto ha un alito davvero importante. Tanto che, invece di spendere migliaia di euro in scatolette prelibate, potrei direttamente dargli da mangiare pane e merda e risparmiare. Risparmiare. Soldi. Io ho le mani bucate. Buchi neri. Su Le Scienze di questo mese c'è un articolo che dice che i buchi neri potrebbero essere passaggi spazio-temporali, vere e proprie macchine del tempo. Il tempo è sempre poco. E allora tocca di pensare in fretta. La fretta è cattiva consigliera. Un consiglio: andar piano. Piano. Forte. PianoForte: io non so suonare neanche uno strumento. Siamo strumenti nelle mani dei potenti. "E' tutto un magna magna", frase tipica dei taxisti. Le due frasi tipiche di chi ha appena avuto un incidente in macchina, invece, sono "cazzo, non avevo nemmeno finito di pagarla!" oppure "cazzo, l'avevo appena ritirata dalla carrozzeria!" Cazzo. Figa. Figa ("quella è una gran...") è la sineddoche più usata in Italia.
E le associazioni libere mi sfiancano.
Situazione: AFA. Da qualunque parte la si legga, fa caldo.
Previsione: suderò.
"Quando desideri con tutto il cuore che qualcuno ti ami, dentro ti si radica una follia che toglie ogni senso agli alberi, all'acqua e alla terra..." (Denton Welch, Diario, 8 maggio 1944, ore 23.15).
Forse è per questo che da un anno non ci capisco più niente.
Mio nonno, milanese doc, amava spesso ripetere "a mi, quanto a finëssa, non me lo mette nel culo nessuno!"
Ecco, nonno, mi sa che abbiamo trovato un concorrente.
Al supermercato. Tono di voce tipo "tanto ci siamo solo tu ed io".
Lui si avvicina alla cassa, dove lei sta già facendo la fila, con in mano una scatola di Primex 0,05 -il supersottile.
Lei: "ma non hai preso i Settebello?"
Lui: "eh, ma costano 2 euro in più!"
Lei: "eh, capirai!"
Lui: "Capirai cosa?! Perché devo spendere 2 euro in più per una cosa che ci devo solo sborrare dentro?!"
Voilà.