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martedì, 13 maggio 2008

E' cosa buona e giusta

Ho formattato.

Via tutto. Tutto pulito. Tutto reattivo, ordinato, veloce, ragionevole, utile, collaborativo, intelligente, pratico, moderno. Tutto come nuovo.

Peccato che il Papa non sia un PC... 

postato da: inetto alle ore 15:33 | link | commenti (4)
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giovedì, 08 maggio 2008

Risvegli

Sono nudo in mezzo alla strada e ho il pisello blu. All’improvviso passa una Uno Turbo con tre filippini dentro che urlano “pinito! Tu pinito, signore con pisello blu!”. Prima che possa rispondere, la Uno Turbo decolla (letteralmente) e sparisce. Un istante dopo mi cadono tre dita della mano. Entro dal panettiere e chiedo un bel mazzo di begonie. Quello che mi sorprende non è la mia richiesta o il fatto che il panettiere non faccia una piega di fronte ad essa o al mio pisello blu, ma il fatto che mi porge il mazzo e dice “Pinito”. Poi sono a casa mia, anche se non è casa mia e bevo del caffé davvero molto cattivo.
Poi il gatto mi sveglia. Sono le 6.03. “Devo chiederti una cosa” – dice. “Gesù, che sogno che ho fatto… Cosa c’è?
Dalla finestra arriva un rumore strano. Scendo dal letto e mi vesto velocemente, poi esco. Non c’è niente di strano fuori. Il condominio intero è ancora avvolto in un sonno profondo. Dai sacchi della spazzatura arriva un odore forte di carogna. In verità, io non lo so che odore fa una carogna, ma se dovessi attribuirgliene uno direi che è quello che sento venire ora dalla spazzatura. Mi avvicino ai sacchi, ma di carogne non ce n’è nemmeno l’ombra. Il tanfo è vomitevole, sconcertante. Rientro in casa, sono rincoglionito dal sonno, forse sto addirittura ancora dormendo, non lo so; so che prendo una bottiglia di candeggina, ritorno ai sacchi e li disinfetto buttandocela sopra. Così, senza stare a pensare troppo a quello che faccio.
Di nuovo in casa. “Devo chiederti una cosa” – ripete il gatto.
Comincio a preparare il caffé. La tv è accesa, dato incontrovertibile. Ciò che non mi spiego è invece chi l’abbia accesa. Io? Il gatto? L’ho dimenticata accesa ieri sera? Mentre cerco una risposta il caffé gorgoglia, il che significa che sono rimasto a fissare la tv, chiedendomi perché fosse accesa, per almeno 5 minuti. Delibero saggiamente di spegnerla: ora sullo schermo ci sono solo io, un pietoso riflesso di sonno.
Il caffé è decisamente più buono di quello del sogno e mi pare che il mio pisello abbia sana colorazione e robusta costituzione. Le dita della mano, anche quelle, ci son tutte.
Il gatto è sparito, ma dal bagno arriva un odore fortissimo di ammoniaca. Guardo la bottiglia di candeggina davanti a me. Rifletto a lungo, sentendomi addosso quella fissità nello sguardo tipica dell’ottuso. L’odore che viene dal bagno non è di candeggina. Del resto, perché dovrebbe arrivare odore di candeggina dal bagno? Non ho usato candeggina nel bagno. L’ho usata fuori, per la spazzatura, ora ricordo. Ma nel bagno non ho usato nemmeno ammoniaca. E perché mai avrei dovuto usare ammoniaca nel bagno alle 6 del mattino? C’era forse spazzatura in bagno? No, non mi pare. E se anche ci fosse stata, che bisogno c’era dell’ammoniaca: meglio la candeggina. Forse. Però l’odore che sento è di ammoniaca, cazzo.
Poi il gatto compare con aria distrattamente colpevole. Mi dà un’occhiata e se ne va. Ripercorro i suoi passi umidi: ha fatto… no, non è che ha fatto, ha proprio spruzzato pipì per tutto il cesso. Sembra che abbia cercato di scrivere qualcosa sui muri col piscio come fanno certe volte i ragazzini per strada. Mentre pulisco con l’alcool, mi chiedo se non fosse un modo per attirare la mia attenzione, per chiedermi quella cosa che deve chiedermi da stamattina. Intanto tra alcool, candeggina e ammoniaca è come se fossi in acido pesante, roba tipo scioglimento delle pareti e animali parlanti. “Mi ascolti?! Devo chiederti una cosa!” E’ di nuovo il gatto, ma il fatto che lui parli non dipende dal mio stato, lo so.
E’ di nuovo un odore a distrarmi. Questa volta, però, non ha niente di chimico, nulla di allucinogeno. E’ solo un rassicurante odore di bruciato. Probabilmente reso agile dall’effetto LSD, il mio pensiero corre subito alla caffettiera, che ho astutamente riappoggiato sul fornello, lasciandolo, sempre più astutamente, acceso. Ha assunto un colore prossimo all’arancione, il manico si è sciolto e ho la sensazione che lei stessa sia ad un passo dal punto di fusione. Spengo il fuoco, lasciando che la caffettiera si raffreddi da sé.
E’ la prima cosa giusta che faccio dal risveglio; la seconda è farmi una doccia più fredda del necessario; la terza, ascoltare il gatto.

Inetto: dimmi
Gatto: niente… è che mi chiedevo: ma tu hai la minima idea di chi sia 'sto Angelino Alfano?!
postato da: inetto alle ore 10:20 | link | commenti (1)
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martedì, 06 maggio 2008

Soddisfazioni

19 foto riuscite su 24 (di cui almeno 5 più che discrete) con la Leica M3 a telemetro del 1957 ereditata da tua nonna, significa che i 300 euro per il corso di fotografia non sono stati del tutto buttati nel cesso.
postato da: inetto alle ore 08:49 | link | commenti (2)
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lunedì, 28 aprile 2008

HD 172167

Camminava da giorni nella sabbia e nel vento e nella solitudine torrida e asciutta. Lungo la strada, le piccole baracche di adobe abbandonate erano l’ultima traccia di un’ormai remota presenza umana. Chiazze verdastre di malerba infestavano qua e là l’immensa distesa di polvere e pietre color metallo. Sferzato dal sole, procedeva verso luoghi ove nemmeno gli avvoltoi avrebbero osato fermarsi.
Camminava. Respirava. Polvere. Vento. Nulla. Finché non arrivò. Davanti a lui si compiva -ancestrale ed ennesimo- il rito della morte del buio, del vagito d’una nuova luce. Davanti a lui, in un luogo fuori dalla portata del giudizio degli uomini, ogni convenzione era precaria, inutile ogni convinzione. Lì, e nell’istante preciso in cui l’orizzonte decise di abortire la notte, capì che era giunto il momento: estrasse la pistola dalla fondina, abbassò il cane, ascoltò con attenzione il rumore sicuro della carica, si appoggiò la canna fredda alla tempia e fece fuoco…


Mentre avevo finalmente iniziato a scrivere il romanzo che mi regalerà alla storia, dopo 10 anni di attesa, sono stato decisamente disturbato da un fulmine stellare proveniente da Vega. O almeno così credevo. In effetti, quando mi sono voltato ho visto solo il gatto che scivolava inesorabile da una tettoia in plexiglas a 3 metri d’altezza e si schiantava in un cespuglio di rovi. Comunque ho appurato più tardi che il rumore di una saetta vegana è del tutto simile a quello delle unghie di gatto che scivolano sul plexiglas.
Il gatto se l’è cavata, anche se non ho capito perché ha fatto finta di niente:

Inetto: tutto okay?
Gatto: non vedo perché non dovrebbe essere okay, come dici tu
Inetto: beh sai… la caduta…
Gatto: era un salto
(Io ho una teoria: quando cammini per strada e inciampi e caracolli e ti schianti per terra di brutto, non devi fingere che sia tutto a posto. Anzi: devi fingere che ti sei fatto male, un male da morire, anche se non ti sei fatto niente. Io faccio così. In questo modo la gente non ha tempo di occuparsi di quanto sei stato goffo e ridicolo e buffo, perché deve preoccuparsi di darti una mano mentre ti rotoli per terra tra i rantoli.)

Purtroppo mentre facevo questi pensieri, l’ispirazione m’è scappata e, con lei, la possibilità di regalarmi alla storia, regalando a voi un capolavoro.
Il tizio arrivato da Vega non l’ho visto subito. All’inizio pensavo che fosse il gatto che scivolava di nuovo sul plexiglas, e invece no. Da Vega è un viaggio piuttosto lungo e quindi la prima cosa che mi ha detto è che aveva fame. Gli ho preparato degli agnolotti al sugo di cinghiale e mentre mangiava mi ha detto che se volevo poteva raccontarmi tutti i segreti dell’universo, così potevo scriverci un romanzo fingendo che era tutta farina del mio sacco, anzi, della mia fantasia, perché nessuno avrebbe mai creduto che erano cose vere.
Io ci ho pensato un po’ su e poi ho detto no, che così non valeva. E allora lui mi ha detto che non importava, tanto era già in contatto con l’editore di tale Ken Follet, o qualcosa del genere, e che lo avrebbero pagato bene per raccontare la sua storia. Ha finito gli agnolotti, ha fatto scarpetta e se n’è andato via in un modo davvero strano per uno di Vega: con la mia Panda.
Quando ho ripreso a scrivere, del romanzo non c’era traccia, ed è uscito fuori questo post:

Inetto: sai, io credo di aver fatto la scelta giusta col tizio di Vega
Gatto: sei un cretino

postato da: inetto alle ore 14:49 | link | commenti (11)
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lunedì, 21 aprile 2008

Facce da salone, facce da

Venerdì dovevo andare a Roma.
Ma.
Per andare a Roma, prima dovevo raggiungere Linate.
Ma.
Per raggiungere Linate avevo bisogno di un taxi.
E a Milano c’era il salone del mobile. No, dico, il salone del mobile.
Morale: 35 minuti per trovare un taxi.
Comunque.

Secondo me al salone del mobile ci sono due grandi categorie di persone: quelli che ci lavorano e si guadagnano da vivere e poi tutti gli altri, ovvero una mandria di bru-bru con un bicchiere di spumante in mano, lo sguardo vacuo e un disperato bisogno di figa (che è l’unico termine che conoscono per indicare una donna, oltre ad essere l’unica sineddoche che usano, pur non avendo la minima idea di cosa sia una sineddoche). Bicchiere, sguardo vacuo e bisogno di figa accomunano tutti i bru-bru. Poi ci sono alcuni accessori che li distinguono l’uno dall’altro. Chessò: pizzetto e pelata, occhiali da vista colorati e fascianti (genere Ciccio Graziani a controcampo), capelli lunghi dietro per nascondere l’attaccatura ogni anno più alta davanti, colletto della camicia cartonato bianco, scarpe in pelle tinta dissenteria con punta quadrata, ecc ecc. Chiaro, no?
Quanto alla definizione di bru-bru, si tratta di neologismo un po’ onomatopeico perciò è difficile da spiegare. Quelli lì, comunque, sono dei bru-bru, fidatevi.
Un bru-bru, quando ti incontra è molto tautologico. Lui non ti chiede come stai e poi ascolta. No, lui ti dice: “uhè, sciao, come va?! Allora, come stai?! Tutto bbbéne?! Cosa mi racconti?!! Novità!?”, ti tocchiccia ripetutamente braccia e spalle, e poi non dimostra il minimo interesse per la tua risposta, perché c’è già qualcun altro da salutare e lui, il bru-bru, è un feroce animale sosciale ed è amico di tutti. Un modo per avere la sua attenzione almeno per qualche istante ci sarebbe, ma richiede un certo coraggio:

Bru-bru: uhè, sciao, come va?! Allora, come stai?! Tutto bbbéne?! Cosa mi racconti?!! Novità!?
Inetto: sei un cretino
Bru-bru: ma davv… come hai detto scusa?
Inetto: Sei. Un. Cretino.
Bru-bru: …
Inetto: …
Bru-bru: uhé, hai visto che figa che c’è là?! Credo che me la farò.

Comunque.
La cosa più bella che ho visto quest’anno al salone del mobile è una vetrina (e non avrei potuto vedere altro, visto che non ci sono andato). Sulla vetrina c’era scritto a caratteri cubitali “creativity is a language that nobody knows, but everybody understands” e sotto, in piccolo, ma molto in piccolo, qualche genio aveva aggiunto a pennarello, “sì, certo, e l’amore è una scoreggia del cuore, ma in inglese non so come si dice”.
Grazie.
postato da: inetto alle ore 11:31 | link | commenti (5)
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martedì, 15 aprile 2008

Gioiamo...

... e facciamo il nostro più sincero in bocca al lupo al nuovo ministro del welfare...

maracarfanga

postato da: inetto alle ore 09:10 | link | commenti (7)
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martedì, 08 aprile 2008

Lucciole per lanterne

Esistono un sacco di bei modi per finire su una pagina web verso cui non eravamo diretti e nei confronti della quale non nutriamo il minimo interesse. Lo so io e lo sapete voi.
Il web-surfing, ovvero la navigazione, è d’altra parte un viaggio senza Colonne d’Ercole e questo, in fondo, è il suo bello: il bello di partire cercando informazioni sulla fotosintesi clorofilliana e di ritrovarsi in 4 click davanti a due grossi negri, con due grossi uccelli, che penetrano una povera disgraziata la quale urla come una giumenta durante il parto, mentre i due energumeni le gridano “Mooonsteeer!! Mooonsteeer!!” con voce cavernosa e battendosi il petto (siccome sono un appassionato studioso di fotosintesi clorofilliana, si dà il caso che mi sia capitato).
Da quando ho aperto questo blog, quindi, mi sono sempre domandato come fa certa gente a finirci dentro senza nemmeno sapere che esiste. Senza nemmeno sapere che io esisto.
Quali sono, mi chiedevo insomma, le chiavi di ricerca che possono condurre sconosciuti peregrini della rete ad entrare in contatto con questa goccia d’oceano?
Ebbene, Shiny Stat mi ha finalmente illuminato e adesso io sono un po’ più felice…

L’Inetto è il protagonista di un romanzo di Svevo, e questo già lo sapevo. Mi pare evidente quindi che un sacco di gente, cercando informazioni sue e/o del romanzo, finisca per ritrovarsi qui.
Ho qualche difficoltà in più a capire come chiavi di ricerca quali “la tabellina del tre”, o “parole derivate giorno”, o “voglio che mio figlio parli l’inglese”, o “disorientamento ape” siano ricollegabili a questo blog.
Comunque.
Quello che però proprio non riesco a spiegarmi è come “Punta Cana scopare” e “Frasi che mettono in luce qualche aspetto del rapporto con tua sorella” inserite su Google possano aver condotto due sfortunati web-nauti sino a me.
Non ho una risposta, e quindi non mi resta che scusarmi con chi voleva scopare a Punta Cana o saperne di più dell’anima di sua sorella e si è invece ritrovato a leggere queste cazzate.
postato da: inetto alle ore 18:07 | link | commenti (6)
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venerdì, 04 aprile 2008

Record

23: i minuti che il mio PC ha impiegato stamattina per avviarsi.

5: i minuti necessari, dopo l'avvio, per accedere a Internet.

4,5: i megabite di posta arretrata che, per ragioni a me ignote, si era rifiutato di scaricare negli ultimi 3 giorni.

postato da: inetto alle ore 09:26 | link | commenti (6)
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mercoledì, 26 marzo 2008

Parla del tuo compagno di banco

Io, il mio compagno di banco si chiama Enrico Gibosa. Enrico è un bambino abbastanza simpatico, con gli occhi neri neri e lucano. La mamma mi ha spiegato che essere lucano non è una cosa del carattere o del corpo, ma della geografia. Vuol dire essere di un posto che si chiama Basilicata, anche se io non capisco perché allora Enrico non è basilicato, ma lucano. Enrico, lui dice che non lo sa, sa solo che il suo papà è nato a Potenza. Anche Potenza mi sembra un nome strano per un posto e mi fa venire in mente un’automobile o un pugno, non una città.
Comunque.
Enrico ha il naso tutto storto, e lui dice sempre che ha il profilo greco. Io non lo so cos’è un profilo greco, ma se lui ce l’ha, allora è brutto. Il mio compagno di banco (Enrico) fa odore di minestrone e anche i suoi vestiti fanno odore di minestrone. Quando vado a casa sua a mangiare anche tutta la casa sa di minestrone e anche sua madre, sua sorella e suo padre. A me piace abbastanza andare a casa di Enrico a mangiare perché sua mamma cucina molto bene, ma fa una cosa che a me fa schifo: mentre siamo a tavola si pulisce la bocca con la tovaglia e nessuno dice niente, anzi lo fanno anche gli altri. Un’altra cosa che mi fa schifo è il tiramisù, ma la mamma di Enrico crede che mi piace perché lo mangio quando lo fa e quindi tutte le volte che vado lo fa. La mamma di Enrico è anche un po’ buffa quando siamo al telefono. Io dico: “pronto, posso parlare con Enrico per favore?” e allora lei dice: “aspé” poi prende fiato e grida “arriiiiiiiiiiiigheé!!” e allora Enrico arriva, e io non capisco mai cos’ha gridato sua mamma.
A casa di Enrico è divertente perché è una portineria e possiamo entrare e uscire in cortile senza fare le scale o prendere l’ascensore e il cortile è tutto per noi. Ci siamo solo io, lui, sua sorella (che ha i baffi) e i panni di tutti ad asciugare. Anche sua mamma è lì, ma fa la guardia. Suo papà invece non c’è mai. Io a Enrico gli ho detto che mio papà è un avvocato e anche lui non c’è mai, e lui mi ha risposto che suo papà è più importante perché è operaio di prima categoria, che io non so che lavoro è ma mi sembra davvero importante.
L’ultima cosa che voglio raccontare di Enrico è che noi due non litighiamo mai nemmeno quando andiamo all’oratorio, e anzi lì lui mi offre sempre una frizzy cola e poi giochiamo al pallone. In verità una volta abbiamo litigato (ma non all’oratorio, a scuola) perché io ho scritto sulla lavagna “il lucano ti dà una mano”, che l’avevo sentito dire alla tele. Quando la maestra lo ha visto mi ha mandato dal preside. Allora io ho dovuto chiedere scusa a Enrico e mia mamma ha chiesto scusa alla mamma di Enrico che non ho mica capito tanto perché, visto che mia mamma alla mamma di Enrico non gli aveva detto un bel niente. E in verità non ho capito neanche io cosa ho detto di male a Enrico.
Comunque.
E questo è il mio compagno di banco (maestra scusi se metto questa conclusione, ma non so che conclusione mettere).
postato da: inetto alle ore 16:20 | link | commenti (15)
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mercoledì, 19 marzo 2008

Le valigie del nonno Alfredo

Ogni famiglia ha le sue. Di valigie, intendo. Le valigie di una famiglia per me sono quelle caratteristiche (quei difetti, direbbe un patologo) che a partire da un certo momento, che non si sa mai bene quand’è (perché mica si sa di preciso quando inizia una famiglia), si tramandano di membro in membro, di generazione in generazione, come gli occhi azzurri o i capelli ricci o un naso un po’ stortignaccolo o la zeppola.
Le valigie della mia famiglia si chiamano ansie, e siccome si tratta di valigie e noi siamo dei gran cavalieri, abbiamo deciso di tramandarcele solo in linea maschile.
Perciò, se fai parte della mia famiglia e sei un maschio, hai le ansie e te le tieni. Non si scappa.
Io ho le ansie. Mio fratello ha le ansie. Mio padre ha le ansie (mio padre ne è il re indiscusso, in verità). E le ansie le avevano pure mio nonno e il mio bis-nonno che si chiamava Alfredo e che era sposato con la mia bis-nonna che si chiamava Carolina.
Quando hai le ansie nessuno ti insegna come ti ci devi comportare, ma ti accorgi subito che si tratta di condividere una cabina telefonica con un elefante. Voglio dire: non è che le ansie ti lascino molto spazio, tendono ad allargarsi, si ingrandiscono, mutano. Magari ti svegli la mattina e hai uno zainetto sulle spalle con dentro un paio di sassi: dà fastidio, ma nulla più. Poi ti distrai un istante, perdi il controllo, e ti ritrovi alle due del pomeriggio con un baule rigido pieno di incudini, che trascinarlo non se ne parla nemmeno. Nella migliore delle ipotesi sei paralizzato dal baule; se va male ti spappola. Mi spiego?
Perciò, anche se nessuno ti insegna come barcamenarti, quando hai le ansie impari da solo come fare per puro istinto di conservazione. E allora diventi più forte, più furbo, più svelto. Impari il sacrificio che le ansie richiedono per essere tenute sotto controllo; fai cose assurde che solo tu riesci a spiegarti e che nemmeno hai voglia di provare a spiegare agli altri che tanto non capirebbero; fai una fatica bestiale, doppia rispetto a quella che sarebbe necessario fare, perché così “sto tranquillo”, e poi tranquillo non stai mai; sei in stato vigile costante, e in costante contatto visivo con lo stress che, di solito, ti regala un metabolismo invidiabile: sapete che nella mia famiglia non c’è un solo caso di maschio grasso? No che non lo sapete, ma è così: siamo tutti magri e di muscolatura nervosa, come certi fondisti kenioti che si vedono alle televisione.

Anche il nonno Alfredo era così: c’aveva le valigie, le spalle forti e due quadricipiti lunghi e nervosi. E quando doveva prendere il treno, per non farsi spappolare dall’ansia di perderlo, aveva escogitato un metodo che mi pare geniale. Voi lo troverete assurdo e stupido e faticoso e inutile e mille altre cose che vi lascio dire. Non mi importa: io lo trovo geniale, perché ho le stesse valigie che aveva il nonno Alfredo…

"Carolina, mi a vù a la stasiun cunt el gess!", diceva solo così, il nonno Alfredo. E il giorno prima di quello in cui avrebbe dovuto prendere il treno andava alla stazione con un gessetto bianco nella tasca dei pantaloni.
Faceva con la macchina la stessa identica strada che avrebbe fatto il giorno dopo, uscendo di casa alla stessa identica ora in cui sarebbe uscito il giorno dopo, guidando alla stessa identica velocità a cui avrebbe guidato il giorno dopo: insomma, era il giorno prima, ma nella sua testa lui faceva che era il giorno dopo.
Arrivato alla stazione, guardava le partenze e cercava il suo treno, che era il treno del giorno prima, ma che lui faceva che era il treno del giorno dopo, quello che avrebbe preso lui: tanto erano altri tempi, tempi che di treni ce n’erano di meno un bel po’, e il giorno dopo quel treno sarebbe arrivato puntuale e sullo stesso binario di quello del giorno prima: potevi starne certo. Il nonno Alfredo guardava il binario e lo ripeteva ad alta voce: nöff!, diceva, oppure vündes!, o vot!, e se ne e andava al binario. Lì aspettava che il treno si fermasse, si piazzava davanti alla sua carrozza, quella dove aveva prenotato per il giorno dopo, tirava fuori il gessetto dalla tasca dei pantaloni e disegnava un bel cerchio sulla banchina. Un bel cerchio bianco. 
Poi tornava a casa che quasi le valigie gli sembravano vuote...

Il giorno dopo, se andavi alla stazione all’ora giusta, li potevi vedere lui e la nonna Carolina che aspettavano il treno, uno accanto all’altra, dentro al loro cerchio bianco.

postato da: inetto alle ore 11:24 | link | commenti (14)
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